4 novembre 1966 l’Arno sommerge Firenze
Nel 1966 l’alluvione sommerse Firenze, la città ricorda i morti, che furono grazie al cielo meno di quanti sarebbero potuti essere, ma sempre troppi, e la scia di fango, danni e distruzione che durò per mesi.
Oggi, a distanza di sessant’anni, nella memoria torna soprattutto il grande amore che tutto il mondo dimostrò per Firenze.
Sindaco in quei giorni era Piero Bargellini, uno dei maggiori scrittori italiani, uomo di grande cultura e di grande fede.
Ma per i fiorentini è soprattutto il “sindaco dell’alluvione”.
Era stato eletto nel luglio di quell’anno, e si trovò a fronteggiare l’immane tragedia. Per mesi fu lui il punto d’arrivo di richieste d’aiuto e lamentele, ma anche di manifestazioni di solidarietà.
Ogni giorno a Palazzo Vecchio pervenivano lettere dai Capi di Stato di tutto il mondo ma anche dai bambini delle scuole giapponesi o americane. “Caro signor sindaco, spero che la tua città sia presto ricostruita, se hai bisogno di aiuto scrivici e faremo quello che possiamo” scrive la piccola Martha dagli Stati Uniti.
Il presidente del Senegal, Leopold Senghor, annuncia la decisione di destinare a Firenze, nonostante la siccità che ha colpito il suo Paese, un milione di franchi: “Questa somma, certo insignificante, non vuole che essere un simbolo: la partecipazione del Senegal all’opera di rinascita culturale intrapresa da Firenze”.
In questa grande manifestazione d’amore per Firenze c’era il fascino della sua cultura, delle bellezze artistiche, del Rinascimento. Questo spiega anche la quantità di Paesi che inviarono aiuti umanitari.
L’elenco è lungo, 90 nazioni: ci sono quelli vicini, Francia, Spagna, Grecia e tutti gli stati europei (compresa l’Unione Sovietica) ma anche quelli lontani, Australia e Nuova Zelanda.
C’è l’Asia, dalla Siria al Vietnam, ma anche Iran, Israele, Cambogia, Afghanistan, ci sono le Americhe, dal Canada agli Stati Uniti, dal Messico al Brasile, dal Perù all’Argentina.
Ci sono 14 Paesi africani, tra cui Congo, Sudan, Camerun, Etiopia, Somalia. Nell’elenco figura anche il Vaticano: viveri e medicinali consegnati dalla Pontificia Opera Assistenza furono smistati nei centri di distribuzione costituiti dalle parrocchie che il cardinale Ermenegildo Florit aveva chiamato al “massimo sforzo di carità”.
Il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, due giorni dopo l’alluvione volle visitare personalmente la capitale del Rinascimento.
Girò per le strade alluvionate, la gente che stava ripulendo case e botteghe gli urlava la rabbia, imprecava.
Poi in Santa Croce la jeep si impantanò, e la gente lasciò la pala e si mise a spingere finché non la fece ripartire.
È lo spirito dei fiorentini: prima ti insultano ma poi ti aiutano. Il sindaco riceveva lettere di protesta, richieste d’aiuto, ma anche tante persone disposte a rimboccarsi le maniche.
Tra i protagonisti di quei giorni non si può dimenticare chi fece turni di lavoro massacranti, medici, operai, le manovalanze che lavorarono per riaprire in tempi record il Teatro del Maggio.
L’altro grande capitolo è quello degli Angeli del fango.
C’erano anche minorenni, furono tutti vaccinati, equipaggiati di pale e stivali.
La notte di Natale l’arrivo di Paolo VI che volle visitare la basilica di Santa Croce, rendere omaggio al Cristo di Cimabue divenuto il simbolo della bellezza deturpata, e poi celebrare Messa in cattedrale.
In Santa Croce a un certo punto il Papa scese giù, scese tutte le scale e andò ad abbracciare la gente che fece un urlo misto di rabbia, di gioia, di speranza, tutti piangevano.
Il Papa abbracciò il Cristo, ma anche i poveri cristi.
Claudia Treves


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