11 settembre 2001 ore 8,46 attacco a New York
Alle 8:46, ora di New York, di 25 anni fa, il mondo è cambiato all’improvviso.
La mattina dell’11 settembre 2001, 19 membri della rete terroristica al-Qaida dirottarono quattro aerei passeggeri negli Stati Uniti.
Tre aerei furono lanciati contro edifici: due contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York e uno contro il Pentagono, vicino Washington.
Un quarto aereo, il volo 93 della United Airlines, si schiantò in Pennsylvania dopo che passeggeri e membri dell’equipaggio tentarono di sopraffare i dirottatori.
Quasi 3.000 persone morirono quel giorno.
Secondo un rapporto di Sage pubblicato quest’anno, ai 2.753 morti iniziali del World Trade Center si sono aggiunti oltre 2.000 ulteriori decessi, attribuiti a malattie legate agli attentati dell’11 settembre.
Fino al 1º gennaio 2026, a 52.927 soccorritori e sopravvissuti del World Trade Center era stato diagnosticato un tumore.
L’11 settembre 2001 chiunque si trovava a New York alzò lo sguardo, sospeso tra paura e incredulità davanti a ciò che stava accadendo.
Con il susseguirsi dei boati e degli schianti, la realtà divenne sempre più chiara: le Torri Gemelle stavano crollando.
Il bilancio degli attentati dell’11 settembre fu di 2977 vittime (esclusi i 19 attentatori) e 6400 feriti.
Venerdì 11 settembre, New York si fermerà come ogni anno per leggere ad alta voce, uno per uno, i nomi delle vittime degli attentati del 2001.
Sarà la venticinquesima volta.
Ma sarà anche la prima ricorrenza in cui la maggioranza della popolazione mondiale e una gran parte delle nuove generazioni americane non avrà alcun ricordo personale di quell’11 settembre 2001.
Chi oggi ha venticinque anni non era ancora nato.
Chi oggi ne ha trenta all’epoca della tragedia ne aveva cinque e, nella migliore delle ipotesi, conserva un’immagine sfocata: la televisione accesa in casa, una trasmissione interrotta, un adulto in lacrime, una parola nuova, “attentato“, entrata per la prima volta nel vocabolario infantile.
Per chi c’era a New York, in strada o davanti alla tv locale, l’11 settembre resta un punto fermo biografico, uno spartiacque personale oltre che collettivo.
Le ricerche condotte negli anni successivi agli attentati confermano che si tratta di uno dei ricordi flashbulb più diffusi della storia americana recente.
È un ricordo che ha una data, un’ora, un luogo preciso in cui ci si trovava: la classica domanda “Dove eri quel giorno?” che per generazioni resterà un rito sociale.
In un’inchiesta di USA Today condotta tra i giovani americani, un ragazzo che da neonato era stato messo in salvo proprio dal World Trade Center ha raccontato di aver compreso per la prima volta il vero peso di quanto gli era accaduto non guardando le immagini delle Torri che crollano, ma anni dopo, vedendo quasi per caso un film satirico sulla politica americana del dopo 11 settembre.
C’è poi un paradosso che diversi osservatori hanno sottolineato: la generazione che non ricorda l’attentato è anche la prima cresciuta interamente dentro le sue conseguenze pratiche.
Resta poi aperto, e tutt’altro che archiviato, il tema della comunità musulmana americana. L’ultimo sondaggio dell’Institute for Social Policy and Understanding, condotto nel 2025, registra un’islamofobia in crescita, alimentata anche dal clima legato alla guerra a Gaza e alla repressione delle proteste universitarie.
Già il ventennale del 2021 aveva rilevato una persistente percezione di esclusione da parte di questa minoranza: una ferita che non si è mai rimarginata, che si riattiva ogni volta che si aprono nuove tensioni geopolitiche.
Il racconto mediatico dell’11 settembre si concentra quasi sempre solo su New York, lasciando in ombra gli altri due luoghi colpiti quel giorno: il Pentagono, a Washington, e il campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dove si schiantò il volo United 93 dopo che i passeggeri tentarono di riprendere il controllo dell’aereo dirottato, il gesto reso celebre dal “Let’s roll” pronunciato da uno di loro, Todd Beamer.
A Shanksville sorge il Flight 93 National Memorial, con il Wall of Names e la Tower of Voices inaugurata nel 2018: un memoriale rurale, molto diverso da Ground Zero, custodito da una comunità di poche centinaia di persone che venticinque anni fa si è trovata improvvisamente al centro della storia mondiale.
Arnaud Daniels


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