In Germania hanno chiuso 187.744 imprese nel 2025
L’anno scorso in Germania si sono chiuse 187.744 imprese, circa cinquecento al giorno, il dieci per cento in più rispetto all’anno precedente, mai così tante da vent’anni.
La crisi, e il ritardo delle riforme decise dal governo, non colpiscono solo l’industria, le grandi case automobilistiche, ma anche le piccole aziende, le imprese artigianali, ogni settore è in difficoltà. I disoccupati rimangono oltre i tre milioni, ma i posti vacanti sono poco meno di due milioni.
Gli immigrati non sono in grado di lavorare in una fabbrica moderna.
I due partiti al governo, i cristianodemocratici e i socialdemocratici, hanno discusso a lungo e litigato per giungere a un faticoso compromesso che, nonostante le promesse, finisce per colpire il ceto medio, le famiglie e le imprese.
Alla fine aumentano i costi, e si complica la burocrazia, che nelle intenzioni sarebbe dovuta diventare più semplice.
A Francoforte, nei primi sei mesi di quest’anno sono stati venduti appena 72 appartamenti, nonostante manchino gli alloggi.
Perché sono troppo cari, per la mano d’opera, per l’aumento del costo dei materiali, e per l’intrico di norme ecologiche per salvare l’ambiente.
Ma si vietano quelle a favore degli inquilini. Quest’estate per il caldo le vittime sono state 12.500.
Anche perché non si è voluta installare l’aria condizionata, che inquina, neanche nelle residenze per gli anziani e negli ospedali, ed è vietata da molti regolamenti dei condomini.
L’edilizia, privata e pubblica, è in crisi.
A Berlino sono centinaia i cantieri aperti dove nessuno lavora.
Il record di chiusure e fallimenti, con 208mila, si registrò nel 2007, all’inizio dell’éra di Angela Merkel.
La ripresa avvenne, grazie alle riforme volute dal predecessore, il socialdemocratico Gerhard Schröder, con un taglio dello Stato sociale.
Un sacrificio necessario per uscire dalla crisi.
Oggi, i tagli, sostengono gli economisti di destra e di sinistra, servono a contenere il debito pubblico, ma hanno un effetto negativo sulla produzione e sull’efficienza.
Il Cancelliere Friedrich Merz accusa i tedeschi di lavorare poco, ma si guadagna un extra solo a partire dalla seconda ora di straordinario, la prima serve a pagare le tasse. E a che serve lavorare di più, se non si vende quel che si produce, dalle auto ai tostapane?
La crisi energetica, l’aumento dell’inflazione, hanno reso la situazione insostenibile per diverse imprese, in particolare quelle familiari, sopravvissute da tre o quattro generazioni.
Il settore più colpito, con 15mila chiusure, è quello gastronomico.
Nel 2025 si sono chiusi 15mila ristoranti, osterie e caffè, il 15% in più rispetto all’anno precedente.
Dal primo gennaio, il governo ha ribassato l’Iva per il settore dal 19 al 7%o.
Troppo tardi, per far diminuire i prezzi sul menu, perché è aumentato il costo del lavoro. E andrà peggio, perché vengono colpiti i minijob, compensati con al massimo 600 euro al mese, esenti da trattenute, una sorta di nero ufficiale.
Si spera di aumentare il numero degli occupati, ma i minjobs favorivano gli studenti e le madri di famiglia che lavorano a mezza giornata, e solo in alcuni giorni, per arrotondare. Molti saranno costretti a rinunciare e molti locali a chiudere. Alla fine, lo Stato incasserà meno tasse, e le mutue e le casse pensioni meno contributi.
Nell’ultimo anno si sono chiusi anche 5500 studi medici, il 23% in più, perché i dottori che andavano in pensione non hanno trovato chi volesse prendere il loro posto.
Le mutue hanno moltiplicato i controlli burocratici per contenere le spese, e i giovani medici preferiscono l’attività privata o negli ospedali.
Le imprese familiari, alcune con centinaia di dipendenti, chiudono non solo per ragioni economiche, per evitare il fallimento. Il 13 per cento scompare perché i figli non vogliono continuare l’attività del padre.
E non si riesce a vendere l’azienda.
Ma il governo voleva aumentare le tasse di successione anche per le aziende, che a ogni passaggio generazione avrebbero impedito gli investimenti per migliorare la produzione.
Niccolò Rejetti


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