Nonostante crisi e guerre l’industria cresce
Contro il pronostico, le fabbriche italiane continuano a girare.
Nonostante la guerra in Medio Oriente che infiamma il petrolio e i mercati che fanno i conti con l’ennesima dose di incertezza geopolitica.
Ad aprile la produzione industriale è salita dello 0,5% rispetto a marzo.
Non è un balzo da far stappare lo champagne, ma è comunque il terzo aumento consecutivo dopo il +0,1% di febbraio e il +0,7% di marzo.
Una sequenza che, in tempi di guerre, dazi, crisi energetiche e rallentamento dell’economia europea, vale più di quanto racconti il semplice dato statistico.
La fotografia scattata dall’Istat mostra un’industria che resiste e che, almeno per il momento, non sembra intenzionata a farsi travolgere dalle onde che agitano l’economia globale.
Nella media del trimestre febbraio-aprile la produzione è cresciuta dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, mentre su base annua l’incremento è stato dell’1,3%.
Numeri che non autorizzano a parlare di boom economico.
Semmai raccontano una storia diversa: quella di un sistema produttivo che continua a navigare in acque agitate senza perdere la rotta.
Una differenza non da poco.
Lo ha sottolineato anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, parlando di “un dato positivo che conferma la tenuta e la vitalità del nostro sistema produttivo, in un contesto internazionale che resta complesso”.
La premier ha aggiunto che il governo continuerà a lavorare “con serietà e concretezza per sostenere crescita, occupazione e competitività della nostra Nazione”.
A trainare il risultato sono soprattutto i beni strumentali, cresciuti dell’1% su base mensile e addirittura del 6,4% rispetto ad aprile dello scorso anno.
Dietro ci sono macchinari, impianti, investimenti produttivi.
In altre parole, aziende che continuano a spendere per produrre.
Bene anche i beni intermedi (+0,8% nel mese e +1,8% sull’anno), mentre restano più deboli i beni di consumo e l’energia.
Il campione assoluto della crescita è il settore auto, che mette a segno un robusto +17,8% tendenziale.
Corrono anche farmaceutica (+7,9%) e macchinari (+6,1%).
Dall’altra parte della barricata continuano invece a soffrire tessile, moda e abbigliamento, che accusano una flessione dell’8,9%, insieme al comparto legno-carta-stampa e ad altre attività manifatturiere.
Fin qui la superficie dei numeri.
Ma per capire davvero cosa sta accadendo bisogna guardare sotto il cofano.
Una parte del miglioramento, infatti, non nasce necessariamente da una domanda finale esplosiva.
Molte imprese stanno semplicemente riempiendo i magazzini.
Le indagini Pmi di S&P Global mostrano infatti un aumento delle scorte lungo la filiera.
Tradotto dal linguaggio degli economisti: gli imprenditori producono oggi anche per paura di dover pagare di più domani.
Il ragionamento è semplice.
Se il petrolio sale per effetto della guerra in Medio Oriente, se i costi delle materie prime rischiano nuovi scatti e se le catene di approvvigionamento tornano a mostrare qualche crepa, allora conviene anticipare gli acquisti e ricostituire le scorte.
Meglio avere il magazzino pieno che ritrovarsi tra qualche mese a comprare componenti e materiali a prezzi maggiorati.
È una forma di prudenza industriale che sostiene temporaneamente la produzione ma che, come osservano gli analisti, potrebbe non durare all’infinito.
Una volta completato il riempimento dei magazzini, la domanda potrebbe tornare a dipendere dai fondamentali dell’economia e dalla capacità effettiva dei consumi di ripartire.
Per questo l’industria italiana appare oggi come un corridore che continua ad avanzare, ma senza ancora trovare l’allungo decisivo.
I dati sono migliori delle attese e certificano una fase di stabilizzazione.
Tuttavia il contesto resta pieno di incognite: il petrolio corre, le tensioni geopolitiche non accennano a diminuire e la Germania, tradizionale locomotiva manifatturiera europea, continua a procedere a velocità ridotta.
In questo scenario il vero dato politico ed economico è che le fabbriche italiane non si sono fermate.
Anzi.
Mentre i venti della crisi soffiano dal Medio Oriente ai mercati energetici, la manifattura continua a macinare produzione.
Non è ancora primavera piena.
Ma dopo una lunga stagione di nuvole, anche tre mesi consecutivi con il segno più meritano di essere osservati con attenzione.
Guglielmo d’Agulto


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