Conosce e curare il cuore 2026, la cardiologia cambia
Integrazione tra tecnologie di imaging sempre più sofisticate, algoritmi di intelligenza artificiale, nuovi biomarcatori biologici e farmaci innovativi stanno modificando radicalmente il modo di prevenire, diagnosticare e trattare le malattie cardiovascolari, che restano la principale causa di morte a livello globale.
Ed inoltre, dalla diagnosi precoce dell’aterosclerosi, alla medicina di precisione nello scompenso cardiaco, dalle nuove terapie cardiometaboliche alla prevenzione guidata dall’imaging.
Questi è molti altri temi sono stati al centro della 43a edizione del Congresso “Conoscere e Curare il Cuore”, appuntamento scientifico che, di fronte alla comunità dei cardiologi italiani, ha riunito a Firenze, dal 19 al 22 marzo 2026 a Fortezza da Basso, alcuni tra i principali esperti italiani per analizzare le nuove frontiere della cardiologia dei nostri giorni.
La 43a edizione, però, registra anche un forte consolidamento della reputazione del congresso, oltre che in Italia, anche oltreoceano. A riprova di questo, vengono conferiti quest’anno due premi.
“Conoscere e Curare il Cuore Award” a James Muller, Premio Nobel 1985 per la Pace, Professore alla Facoltà di Medicina di Harvard e co-fondatore dell’associazione “Medici Internazionali per la Prevenzione della Guerra Nucleare (IPPNW).
Il Premio “Cuore e Salute Franco Fontanini” a Luciano Onder, “padre nobile” del giornalismo medico – scientifico è “per aver contribuito, con la sua pluriennale attività di giornalista, conduttore e divulgatore televisivo, alla diffusione della cultura cardiologica anche al di fuori della comunità scientifica”.
“Siamo orgogliosi di poter premiare professionisti che, ciascuno per il proprio ambito di intervento, hanno contribuito a rendere la cardiologia più capace di trovare soluzioni e più comprensibile per il grande pubblico. Infatti, questa branca scientifica oggi” – commenta Francesco Prati, Presidente della Fondazione Centro per la Lotta contro l’Infarto e Direttore Dipartimento Cardio-toraco-vascolare, Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata, Roma – “sta attraversando una fase di trasformazione senza precedenti”.
“Tanti sono gli ambiti di evoluzione, come ad esempio, in relazione al tema della placca vulnerabile, che vede il mio diretto contributo, da anni. Infatti, la ricerca scientifica ‘Prima guardare la placca: la rivoluzione scot-heart a 10 anni’ indica una direzione chiara in relazione all’ischemia. Per oltre mezzo secolo la cardiologia clinica ha ragionato secondo un paradigma semplice: cercare l’ischemia, trattare l’ischemia. Negli ultimi vent’anni questa visione è stata progressivamente messa in discussione”.
“Studi fisiologici avanzati, inclusi quelli basati su FFR e iFR, hanno dimostrato che la rivascolarizzazione mirata, pur efficace nel controllo dei sintomi, non riduce in modo consistente infarto miocardico o morte improvvisa nella popolazione stabile. Parallelamente è emersa una realtà epidemiologica sorprendente: l’aterosclerosi subclinica è estremamente diffusa anche in soggetti apparentemente sani. Dal paradigma ischemico al paradigma aterosclerotico”.
“Il concetto è radicale ma intuitivo: l’ischemia è una conseguenza tardiva, mentre la placca è la malattia. Intercettare l’aterosclerosi prima che diventi emodinamicamente significativa apre una finestra preventiva che la strategia tradizionale non coglieva. Questa transizione concettuale ha favorito lo sviluppo di approcci diagnostici anatomici orientati alla visualizzazione diretta delle coronarie”.
“La tomografia coronarica computerizzata (CT) si è progressivamente affermata come la principale metodica non invasiva per lo studio anatomico dell’aterosclerosi, con una finalità non soltanto diagnostica ma prognostica e preventiva”.
Diagnosi cardiovascolare: vedere prima, curare meglio. Un salto nel futuro: escludere l’origine ischemica del dolore toracico grazie all’intelligenza artificiale.

Francesco Prati
L’inquadramento clinico resta il primo e imprescindibile passaggio diagnostico. Anamnesi strutturata, riconoscimento degli equivalenti anginosi ed esame obiettivo costituiscono la base su cui si costruisce la probabilità pre-test di origine ischemica. È proprio questa stima iniziale che orienta tutto il percorso successivo: il tipo di esami da eseguire, la tempistica, il livello di osservazione richiesto e la tolleranza al rischio residuo.
Il contesto clinico modifica profondamente queste decisioni. In pronto soccorso la priorità è la sicurezza immediata e l’esclusione rapida di condizioni potenzialmente letali; in degenza, il focus si sposta sulla caratterizzazione diagnostica; in ambulatorio, prevale la sostenibilità a lungo termine del percorso.
L’intelligenza artificiale si inserisce in questi ambienti come strumento trasversale capace di tradurre la complessità clinica in stime quantitative di rischio, aiutando il medico a calibrare la decisione in funzione del setting. In pronto soccorso, ECG a 12 derivazioni e troponina ad alta sensibilità costituiscono la spina dorsale del triage iniziale. Nei pazienti stabili, il percorso si estende verso strategie di imaging non invasivo e follow-up strutturato.
Qui l’IA può intervenire come elemento di raccordo. Integrata nei sistemi di triage e nella cartella clinica elettronica, consente di stimare in tempo reale la probabilità di origine ischemica, individuare pazienti a rischio estremamente basso candidabili a percorsi abbreviati e suggerire il test diagnostico più appropriato. Questo approccio non solo migliora l’efficienza, ma riduce la variabilità decisionale e favorisce una gestione realmente personalizzata.
L’intelligenza artificiale applicata alla cardiologia non è un’entità monolitica, ma un insieme di metodi quantitativi capaci di apprendere relazioni complesse tra variabili cliniche, segnali biologici e outcome. A differenza dei modelli statistici tradizionali, i sistemi di machine learning possono gestire interazioni non lineari e grandi volumi di dati eterogenei.
I modelli moderni combinano algoritmi classici con reti neurali profonde dedicate all’analisi di segnali e immagini. Il risultato è una stima integrata del rischio che supera la logica degli score statici. Tuttavia, la credibilità clinica dell’IA dipende da processi rigorosi di sviluppo, validazione esterna e studi prospettici di impatto reale sulla pratica clinica. Senza questo passaggio, l’innovazione resta tecnologica ma non clinica.
Nuovo fattore di rischio e surrogato clinico: il grasso epicardico.
Negli ultimi anni la tomografia computerizzata coronarica (CCTA) ha compiuto una trasformazione radicale. Da strumento principalmente dedicato alla valutazione della stenosi coronarica, è diventata una metodica capace di interrogare la biologia stessa dell’aterosclerosi.
Oggi la CCTA non si limita a rispondere alla domanda “quanto è stretta l’arteria?”, ma affronta questioni più profonde: quanta malattia è presente, che tipo di placca la compone e quanto questa placca è biologicamente instabile. Questa evoluzione coincide con un cambiamento concettuale nella cardiologia preventiva.
L’attenzione si sta spostando dalla semplice ostruzione meccanica del lume alla vulnerabilità della placca e allo stato infiammatorio della parete vascolare. In questo scenario, l’integrazione tra imaging anatomico avanzato e algoritmi di intelligenza artificiale sta ridefinendo la stratificazione del rischio e il monitoraggio terapeutico, aprendo la strada a modelli di prevenzione personalizzata.
La sua evoluzione tecnologica ha permesso di passare dalla semplice identificazione della stenosi alla quantificazione del volume di placca, alla caratterizzazione della composizione e alla stima della vulnerabilità. La comprensione della cosiddetta “biologia della placca” ha focalizzato l’attenzione sulle componenti fibro-lipidiche e sulle low-attenuation plaque, associate alla presenza di core necrotico e a maggiore instabilità.
L’intelligenza artificiale ha reso possibile l’analisi automatizzata di queste caratteristiche, consentendo valutazioni riproducibili su larga scala e monitoraggio della progressione aterosclerotica nel tempo. Il tessuto adiposo pericoronarico non è un semplice deposito di grasso. È un tessuto metabolicamente attivo che interagisce direttamente con la parete arteriosa. Il PCAT rilascia mediatori pro-infiammatori che favoriscono aterogenesi e instabilità di placca.
L’infiammazione vascolare, a sua volta, modifica la composizione del PCAT riducendo il contenuto lipidico e aumentando l’acqua, con conseguente incremento dell’attenuazione radiologica alla TC. Questa variazione è misurabile. Valori di FAI meno negativi indicano maggiore infiammazione.
Il PCAT rappresenta oggi uno dei biomarcatori emergenti più promettenti nella cardiologia preventiva. Offre una finestra non invasiva sull’infiammazione coronarica e sul rischio residuo, ma richiede ancora standardizzazione metodologica, validazione prospettica e protocolli condivisi prima dell’adozione routinaria.
La direzione è chiara: la prevenzione cardiovascolare sta diventando sempre più biologica, personalizzata e guidata dall’imaging. La combinazione tra CCTA avanzata, intelligenza artificiale e biomarcatori infiammatori potrebbe trasformare il modo in cui identifichiamo e trattiamo il rischio cardiovascolare nel prossimo decennio.
Prevenzione e stile di vita. Attività fisica nella cardiomiopatia ipertrofica: dalla proscrizione alla prescrizione.
Per decenni la cardiomiopatia ipertrofica (HCM) è stata sinonimo di interdizione sportiva. La semplice diagnosi bastava a escludere automaticamente il paziente da qualsiasi attività intensa. La malattia era considerata incompatibile con lo sport agonistico e pericolosa anche per l’esercizio ricreativo. Oggi questo paradigma sta cambiando.
Le evidenze più recenti suggeriscono che l’esercizio fisico moderato non solo è sicuro nella maggior parte dei pazienti con HCM, ma produce benefici fisiologici e psicologici significativi. In soggetti selezionati a basso rischio, anche l’attività ad alta intensità può essere considerata. Non si tratta di un cambiamento ideologico, ma di una revisione basata su dati.
L’eterogeneità morfologica e fisiopatologica della HCM permette a una quota di individui di sostenere carichi elevati senza aumento documentato di eventi aritmici. Sebbene gli studi disponibili non siano ancora definitivi, l’insieme delle evidenze supporta un approccio più liberale, fondato su valutazione specialistica, selezione accurata e decisione condivisa.
La cardiologia sportiva sta passando da una cultura della proibizione a una cultura della prescrizione. Prescrivere l’esercizio: una terapia su misura.
L’esercizio non deve essere autorizzato in modo generico, ma prescritto come una terapia personalizzata.
la Redazione


Commenti
Conosce e curare il cuore 2026, la cardiologia cambia — Nessun commento
HTML tags allowed in your comment: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>