In Italia 700 auto ogni 1.000 abitanti
L’Italia è il Paese europeo con la maggiore densità di automobili.
Per la penisola circolano 701 vetture ogni mille abitanti, cioè sette auto ogni dieci persone. E il totale continua a crescere in misura pressoché costante sin dall’inizio degli anni Duemila.
Oggi il parco auto ha superato quota 41 milioni e 300 mila mezzi.
Nell’ultimo decennio si sono aggiunte poco più di 4 milioni e 200 mila vetture, con un aumento complessivo dell’11,5%.
Non solo: tra i grandi Paesi dell’Unione Europea abbiamo il parco auto più anziano. Quasi un’auto su quattro – più del 24% – ha più di vent’anni.
Fa peggio soltanto la Spagna (25,6%), mentre la Francia si ferma a poco più di una su otto (12,5%) e la Germania addirittura a una su dieci (10%).
Con così tante vetture, e per di più datate e bisognose di manutenzione, ci si aspetterebbe un aumento delle attività di autoriparazione (carrozzieri, autofficine, gommisti, elettrauto, etc.). Accade invece il contrario. Gli autoriparatori, in particolare quelli indipendenti, continuano a diminuire: nel 2024 le attività erano poco più di 75 mila e 200.
Dieci anni prima erano 83 mila e 700. In pratica ne sono “scomparse” circa 8 mila e 400, con un calo del 10%. La Cgia Mestre ha pubblicato l’approfondimento realizzato dal proprio Ufficio studi.
L’Italia è il Paese europeo con il più alto numero di autovetture per abitante: 701 ogni 1.000 residenti.
A livello territoriale, il record spetta alla provincia di Firenze con 877 auto ogni 1.000 abitanti. Seguono Isernia (850), Catania (811), Frosinone (801) e Reggio Emilia (793).
I tassi di motorizzazione più bassi si registrano invece a Trieste (579), Milano (571) e soprattutto a Genova (511).
Negli ultimi dieci anni il numero di auto è aumentato quasi ovunque.
Al netto dei casi “anomali” di Valle d’Aosta (+61,2%) e Trentino Alto Adige (+58,6%), le crescite più forti si sono registrate in Toscana (+14,5%), Calabria (+13,3%) e Puglia (+11,9%). In fondo alla graduatoria c’è la Liguria, che segna comunque un lieve incremento (+2,5%).
Nello stesso periodo, però, le imprese di autoriparazione sono diminuite in tutte le regioni tranne una.
Il calo più marcato si è avuto in Abruzzo (-16,2%, pari a 363 attività in meno), seguito da Puglia (-15,9%, -984) e Marche (-15,6%, -365). L’unica regione in controtendenza è il Piemonte, con un aumento del +2% (+140 imprese).
A livello provinciale, le flessioni più significative si registrano a Fermo (-20,7%, -67), Pescara (-20,5%, -104), Barletta-Andria-Trani (-19,9%, -129), Lecce (-19,2%, -284) ed Enna (-19,1%, -66).
In Italia il numero degli autoriparatori diminuisce anno dopo anno per una combinazione di fattori economici, tecnologici e sociali che stanno cambiando profondamente il settore dell’auto.
Non si tratta solo di una crisi temporanea, ma di una trasformazione strutturale che rende sempre più difficile mantenere aperta un’autofficina tradizionale.
Prima di tutto, i costi di gestione sono aumentati molto.
Affitti, bollette energetiche, smaltimento rifiuti speciali, assicurazioni, normative ambientali e sicurezza sul lavoro richiedono investimenti continui.
Molte piccole attività artigianali a conduzione familiare, che per decenni hanno rappresentato l’ossatura del comparto, faticano a sostenere queste spese con margini di guadagno sempre più ridotti.
I clienti, infatti, cercano prezzi bassi e sempre più spesso acquistano online i pezzi di ricambio, comprimendo ulteriormente i ricavi.
Un secondo fattore decisivo è la crescente complessità tecnologica delle auto moderne. Elettronica, centraline, sensori ADAS, software di diagnosi e, soprattutto, veicoli ibridi ed elettrici richiedono strumenti costosi e formazione continua.
Non basta più l’esperienza meccanica tradizionale: servono competenze informatiche e aggiornamenti costanti. Per molte officine investire decine di migliaia di euro in attrezzature e corsi non è sostenibile, quindi scelgono di chiudere.
C’è poi il problema generazionale. I giovani mostrano poco interesse verso i mestieri manuali e artigianali, preferendo percorsi universitari o lavori percepiti come meno faticosi.
Fare l’autoriparatore significa orari lunghi, lavoro fisico, responsabilità e spesso burocrazia. Senza ricambio, molte attività cessano quando il titolare va in pensione, perché non c’è nessuno disposto a rilevarle.
Un altro elemento è la concorrenza delle grandi reti e delle concessionarie ufficiali.
Queste strutture possono offrire pacchetti di manutenzione, garanzie estese e campagne promozionali grazie a economie di scala.
Il piccolo autoriparatore indipendente fatica a competere sul prezzo e sulla percezione di affidabilità, soprattutto con auto ancora in garanzia.
Claudia Treves


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