La burocrazia rallenta la crescita dell’Europa
La decisione di usare le tariffe commerciali come strumento di pressione è uno dei tratti distintivi della presidenza Trump, e ha acceso un intenso dibattito sulla capacità dell’Europa di resistere a queste sfide senza farsi del male.
Come è possibile che un continente di 450 milioni di abitanti, 26 milioni di imprese e un reddito pro-capite tra i più alti del mondo, sia così esposto al rischio di subire un freno nell’export verso gli Usa?
Una ragione è che l’Europa non è ancora autonoma dal punto di vista della difesa e delle nuove tecnologie dell’informazione e telecomunicazione, l’altra è che abbiamo ancora un mercato interno frammentato e, per questo motivo, non riusciamo a sfruttare in pieno i benefici della dimensione del mercato e del potenziale produttivo.
In un articolo sul Financial Times di alcuni mesi fa, Draghi ha citato uno studio del Fmi secondo cui le barriere interne (informali) alla libera circolazione di beni e fattori produttivi nell’Unione europea (una giungla di sistemi regolativi, adempimenti amministrativi e pratiche anti-competitive) equivalgono ad avere tariffe interne pari al 45%.
Occorre ricordare che il mercato unico è stato realizzato 32 anni fa e ha consentito di potenziare l’interscambio continentale con benefici pari ad un incremento medio del Pil pro capite di circa il 22%.
Nel ’93 i costi delle barriere commerciali intra-europee erano già inferiori del 20% rispetto a quelli medi tra i Paesi del mondo, e, da allora ad oggi, si sono ulteriormente ridotti del 7%.
Molto, ma non abbastanza.

Dunque, avverte Draghi, dimentichiamoci le tariffe doganali di Trump e mettiamoci al lavoro per eliminare le barriere interne che sopravvivono a dispetto del mercato unico, in modo da compensare i costi del protezionismo verso gli Usa con i vantaggi della libera circolazione tra i paesi dell’Ue.
In realtà, il dato del 45% riportato da Draghi va inteso come un limite superiore, ed è stato contestato da molti analisti.
La ragione principale è che questa stima include tra le barriere informali anche quelle che non possono essere abbattute dalle politiche pubbliche, cioè i limiti allo scambio transfrontaliero per beni e servizi che i cittadini di ogni singola nazione preferiscono o devono necessariamente (per limiti fisici o costi ineliminabili) consumare o produrre localmente.
Un’analisi più approfondita si può trovare in un documento di alcuni ricercatori della Bce (Bernasconi, Cordemans, Gunnella, Pongetti, Quaglietti, What is the untapped potential of the EU Single Market?).
Gli autori stimano che le barriere interne siano equivalenti a una tariffa media del 67% per i beni e del 95% per i servizi.
Le più elevate si registrano nei settori delle costruzioni, nel commercio al dettaglio, nei servizi professionali e nell’informazione e comunicazione.
I progressi maggiori nella riduzione delle barriere si sono avuti nel campo dell’energia, dell’agricoltura e dei prodotti alimentari dove, però, il livello delle tariffe implicite rimane molto elevato.
Da una scomposizione tra i singoli Paesi dell’Ue, si evince che Francia, Belgio e Italia sono tra i Paesi più chiusi, principalmente per effetto di ostacoli anticoncorrenziali, l’uso distorto degli appalti pubblici, ma anche la lentezza del sistema giudiziario, e la complessità delle norme e delle autorizzazioni.
Come già detto, le stime delle tariffe implicite elaborate dallo studio della Bce sono solo un valore massimo e sicuramente irraggiungibile.
Per fornire una valutazione più realistica delle distorsioni che potrebbero essere abbattute mediante politiche pubbliche, lo studio stima la dimensione delle barriere implicite conseguite dal Paese più aperto dell’Ue, l’Olanda, e sostiene che, se tutti gli altri Paesi membri si uniformassero alla condizione di quel Paese, le tariffe implicite intra-europee scenderebbero di 8 punti percentuali, un punto in più di quanto sono diminuite nel corso degli ultimi venti anni.
In conclusione, le barriere informali alla libera circolazione dei beni e servizi all’interno dell’Ue ha un costo sostanziale che può essere ulteriormente ridotto, ammesso che ci sia la volontà dei governi nazionali.
È evidente, tuttavia, che questo non è il solo ostacolo alla crescita dell’Europa e alla possibilità di colmare il gap di innovazione rispetto a Usa e Cina.
L’altro strumento importante è il rafforzamento del bilancio fiscale europeo per sostenere in misura adeguata la ricerca e lo sviluppo nei settori chiave su cui si determinano la leadership, la sicurezza e l’autonomia strategica dei Paesi avanzati.
Piero Vernigo


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